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Io non capisco. Se per un qualsiasi motivo, che sia un bollo, o anche il rinnovo della patente, se ritardo anche di 20 secondi, l’ufficio mi risponde picche. Nessuna possibilità di far nulla. Nessun urlo, nessuna minaccia, nessun pianto può far cambiare idea al funzionario di turno. Ho ritardato a portare una richiesta, un modulo, un permesso? Fatti miei. La documentazione è incompleta? Manca una firma, un timbro, qualcosa? Idem. Come si chiama questo? Rispetto dei regolamenti. Chi sbaglia, paga. Ci sono delle norme scritte che vanno rispettate.
Poi ci sono i furbi, che per coprire le proprie negligenze cercano di montare un problema inesistente, alzando un polverone per nascondere le proprie responsabilità, innanzitutto davanti alle persone alle quali devono rendere conto del proprio lavoro. Come non pensare al casino elezioni?
Lazio: La lista del PDL è stata esclusa perchè presentata in ritardo. L’autore del pasticcio, tale Alfredo Milioni, è arrivato alle 11.25 per consegnare le liste. Poi è uscito, ancora non si capisce perchè. Dice che doveva mangiare un panino. Boh. Torna e trova due esponenti avversi, un radicale ed un socialista, che protestano perchè la scadenza per presentare le liste è passata già da decine di minuti. Casini, spintoni, gente che urla e si sdraia per terra, i carabinieri stanno a guardare, fino all’uscita del giudice che manda tutti a casa e non accetta la lista Pdl, perchè presentata oltre il tempo massimo. Passi la mancanza del lucido con il logo, passi il pasticcio, chi è il colpevole. La burocrazia o il Milioni, ex autista dell’Atac, sindaco del XIX municipio, politico per caso? Se portassi in ritardo un bollo per il rinnovo della licenza e questa saltasse, la colpa sarebbe mia o della legge?
Lombardia: Manca una firma, ed il listino bloccato di Formigoni viene escluso. Accuse, urla, grida. Bossi dice che si tratta di una manica di incompetenti. La Russa dice che la Lega ha portato 30 firme autenticate. L’errore? Oltre alla firma, ci sono 514 firme non valide, che portano il massimo delle firme a meno delle 3.500 necessarie per presentare la lista. Però ne hanno altre nella sede del Pdl di Viale Monza ma non sono state portate perchè non erano ritenute necessarie. Ed il responsabile Stefano Maullu, la sera prima, ha bellamente detto che aveva “altro da fare” che pensare alle liste.
Summa: Non vogliono farti votare. Vulnus per la democrazia. Ci creerebbe un problema di rappresentanza. Ma la colpa di chi è? Di chi non è capace di fare bene il proprio mestiere.
“Una manica di coglioni incapace di lavorare perchè non ha mai lavorato davvero”. Silvio Berlusconi. Virgolettato comparso sulla Stampa di ieri. Vogliamo dargli torto?
“Ai tempi nostri le liste non le portava uno qualsiasi, ma o il segretario provinciale o il vicesindaco. E’ un lavoro serio, importante, fondamentale. Si arrivava all’alba all’ufficio elettorale, e se si aveva fame, si aspettava”. Paris dell’Unto. Numero 2 di Rino Formica nel Psi romano dei tempi d’oro. (Corriere).
“Mi ricordo quando coi camerati la notte prima della consegna delle liste dormivamo in strada davanti alla porta ed alle sei eravamo in fila. E’ un senso di responsabilità di fronte agli elettori”. Claudio Velardi, ex Msi. (Stampa).
Quando sento frasi come “faremo tutto per farti votare” o si sentono minacce come “se ci impediscono di votare alle regionali saremo pronti a tutto” (il Ministro della Difesa Ignazio La Russa -da La Repubblica-, non solo paleofascista ma per di più Ministro, quindi con un senso di responsabilità maggiore, e quindi irrispettoso per la Legge stessa che rappresenta), dimostra che pur di non accettare i propri errori provano a spararla alta. Ma sentivo da colleghi che ieri in Piazza Farnese a sentire i deliri della Polverini saranno stati in 4o, un fotografo dell’Espresso ha pure messo su internet la foto, Berlusconi ha deciso di non metterci la faccia, di non fare leggine e di allontanarsi da una banda di incapaci, minacciando teste rotolanti per dopo le elezioni.
Ma la domanda è: se una classe dirigente è incapace di presentare una lista, una delle cose principali della res politica, come si può pretendere che siano in grado di governare? Se questi non vogliono rispettare le norme necessarie per una serena consultazione elettorale, dove vogliono andare? Se anzichè ammettere i propri errori parlano di vulnus per la democrazia?
Se un presidente del Senato come Schifani dice che bisogna gartantire l’esercizio democratico quando non è a rischio l’elezione? Chi risponde a Schifani dicendo che le elezioni sono garantite, e che l’errore è tutto del Pdl?
Perchè ogni persona che sbaglia a seguire la burocrazia paga per i suoi errori, concorsi saltati, domande d’alloggio rifiutate, anche per un semplice timbro, questo non deve accadere per dei politici incapaci?
Come dissero a Milano negli ambienti Pdl due giorni fa: “Non si tratta di toghe rosse, ma di teste di cazzo”.

Amen.

Autoradio: Enzo Jannacci & Giorgio Gaber – La strana famiglia

Oggi in taxi è salito un cliente che mi ha detto qualcosa di assolutamente incredibile. Sembra che vogliano chiudere la fermata del metrò di Duomo, per le linee 1 e 3, per fare al loro posto un centro commerciale sotterraneo gigantesco. Non ci potevo credere, infatti ho tacciato il tapino di aver sentito questa boutade da qualche vecchietto che ci aveva dato dentro coi bianchini già a mezzogiorno. Invece no, e dice che  a confermarlo sono “autorevoli esponeneti comunali”. Ancora scettico torno a casa e cerco su internet. Nessuna notizia. La cosa comincia ad insospettirmi. In genere si fa molto rumore per tutto ciò che o è falso o palesemente improponibile. Quando invece le cose passano sotto silenzio, queste sono le più pericolose. Cercando meglio però vedo che il popolo della rete si è già mosso. Trovo infatti su facebook il gruppo: “Contro la chiusura della fermata Duomo di Milano”. Leggo che la chiusura dovrebbe dare spazio alla presenza di Autogrill, a memoria mi pare che già siano a Garibaldi, Romolo e Famagosta sulla linea 2, Darty, come a San Babila, Ottici Invista, già visti in qualche altra fermata, Fnac ed altri esercizi commerciali. Nel gruppo sono presenti anche foto e schemi dettagliati dello spazio commerciale che verrà.
La cosa di per se’ sembra abbastanza improbabile, ma poi cerco di fare mente locale su quanto successo nelle metropolitane milanesi negli ultimi anni. L’apertura di spazi commerciali come Darty a San Babila, con conseguente rivoluzione nella gestione della stazione stessa, sembra un trend al quale dovremo abituarci. Vedi anche la rivoluzione a Garibaldi M2, rivoluzione tutt’ora incompiuta visto gli enormi spazi vuoti lasciati. Ci sono stazioni nate male, progettate peggio e lasciate al loro destino, come quella di Porta Venezia, troppo grande per quello che serve ma studiata così perchè si pensava potesse essere l’interscambio tra linea 1 e linea 2, interscambio che poi è stato trovato a Loreto, stazione al contrario troppo piccola per la mole di viaggiatori che la popolano ogni giorno. Porta Venezia è un caso particolare. Spazi amplissimi che potrebbero divenire un’ottimo centro commerciale sotterraneo, chiusura ideale per la via degli affari milanesi, anche se si tratta di affari con la a minuscola: corso Buenos Aires.
Insomma, i precedenti per poter dubitare dell’infondatezza di questa notizia ci sono tutti. In fondo Duomo è un dedalo di corridoi, cunicoli, spazi appetibili per installare una serie di esercizi nel centro geografico della città. Un’azione immobiliare dal valore di svariate decine di migliaia di Euro. E se consideriamo che l’amministrazione comunale è affezionata a progetti del genere, vedi il progetto Fiera, mi vien quasi da pensare che in tutto questo possa esserci un filino di verità. E personalmente la cosa non mi vedrebbe neanche in disaccordo, visto anche il corridoio degli artigiani che collega Duomo e Cordusio MM1, ben frequentato ed occasione per una passeggiata sottoterra, per proteggersi dal freddo invernale o dall’afa estiva. Poi diciamocelo, San Babila, Missori e Cordusio possono benissimo assorbire il traffico di Duomo, considerando la loro breve distanza dalla stessa e dal numero di passeggeri che le frequentano. Potrei anche portarci più clienti. Ne trarrebbero tutti giovamento.
Staremo a vedere. Indagheremo. Nel frattempo aspettiamo. La pistola fumante non tarderà ad arrivare.

Autoradio: Abba – Money, money, money

Inno balcanico

La bandiera della fu Jugoslavia. Quanti ricordi

A poche centinaia di kilometri da qua c’è una regione chiamata “Balcani”. Questa regione rappresenta, probabilmente, l’angolo più problematico d’Europa. Fino a qualche anno fa c’era un solo stato, chiamato Jugoslavia, che raccoglieva tante identità, tante lingue, tante culture tutte diverse da loro ed unite dal potere superiore di un uomo che si chiamava Tito. Quando Tito morì nel 1980, si pensava che questo contenitore potesse sopravvivere. La storia disse di no. Le varie anime di questo paese hanno cominciato a dividersi, come se prese da una potente forza centrifuga. Dopo anni di guerra civile ad opera della regione dominante, chiamata Serbia, che mal accettava una separazione di questa realtà nazionale, sono nati un dedalo di paesi che hanno seguito la loro storia. Il punto è che questo dedalo, nonostante sia così vicino, appare lontano nelle cronache e nella sua cultura.

Andrea Monti con il suo blog: http://balcanews.wordpress.com prova a raccontare questo dedalo di realtà.
Ma chi è Andrea Monti? E’ un ragazzo di Firenze, studente della scuola di giornalismo di Milano.

Il nome stesso dimostra quello che è la sua intenzione. Attraverso il suo blog Andrea vuole aiutare a comprendere quello che sono oggi e che sono stati in passato i Balcani.

Nel suo profilo scrive: “Quella per l’ex Jugoslavia è una passione che ne riunisce tante altre: dei Balcani amo il cinema, la politica, il calcio, la letteratura, la musica. dopo essermi spostato a nord, sarebbe il massimo proseguire verso est. Destinazione Sarajevo”.

Non mancano riferimenti politici, come la copertura delle recenti elezioni politiche in Croazia con la vittoria di Ivo Josipovic. Notevoli gli articoli sull’ affermazione di un’identità spesso offesa ma orgogliosa e viva che trova il suo sfogo nello sport, come il profilo della nazionale bosniaca di calcio. Andrea parla di religione, affrontando con piglio lucido e critico la situazione dei cristiani ortodossi ed il loro rapporto con le altre confessioni. Non si dimentica della cultura. Musica, cinema, arte. Attori. Registi. Tutto ciò che ha reso grande agli occhi del mondo questa regione così turbolenta ed appunto per questo così creativa, viva, unica.
Toccanti anche le storie di uomini e donne semplici così lontane dal grande pubblico ma così importanti per quello che sono state. Mileva Maric, la moglie serba di Albert Einstein. Ivo Andric, premio Nobel per la letteratura nel 1961.
Andrea non nasconde quelli che sono i grandi problemi di questa regione. Il nazionalismo, la necessità di queste repubbliche di un approdo immediato in Unione Europea, la noncuranza serba di riconoscere i crimini del passato.
Tutto questo viene vissuto con la lucidità e la chiarezza che caratterizza l’intero blog.
A volte può sembrare che questi articoli siano destinati ad un pubblico già preparato e quindi poco accessibili. Ma la sua lucidità e la sua chiartezza prendono per mano il lettore e lo accompagnano, aiutandolo a capire le differenti sfaccettature di una regione tanto complessa ma estremamente affascinante.

Autoradio: Bono Vox, Brian Eno & Luciano Pavarotti – Miss Sarajevo

oddville

Nichi Vendola è pericoloso

Se c’è una cosa che non sono mai riuscito a comprendere, questa è la miopia della politica. Gli ultimi accadimenti non hanno fatto altro che accrescere la mia incomprensione. Prendo l’esempio pugliese. Cinque anni fa le elezioni regionali venenro vinte da Nichi Vendola, il quale superò nelle primarie il candidato dalemiano degli allora ds Francesco Boccia, il “professore”. Questi aveva tutte le carte in regola per vincere. Giovane, di carriera, coperto dai vertici di partito. Vendola era un deputato di lungo corso, anche lui giovane, ma meno di Boccia, sostenuto dalla sinistra radicale e quindi inviso ai ras del partito. La campagna per le primarie si è svolta in un ambiente quasi denigratorio nei confronti di Vendola da parte dei capoccia ds. Boccia faceva comizi serali con D’Alema, Vendola faceva comizi alle 4 del mattino fuori dalle fabbriche. Il giorno delle primarie diedero un risultato clamoroso: Nichi (per via di Nikita Kruscev) vince contro Boccia. Euforia in Rifondazione Comunista, ds e margherita smarriti. La sfida ora è contro il ras del Salento protagonista delle clientele specie in ambito sanitario Raffaele Fitto. Battaglia persa in partenza. Eppure Vendola, omosessuale dichiarato, comunista, batte il padroncino di Maglie e diventa, in quella che i fratelli Tatarella speravano diventasse l’emilia nera, presidente della Regione. Sono seguiti 5 anni di assoluto buon governo, con investimenti nell’acqua, nell’ambiente, nelle energie rinnovabili e nell’incentivare la presenza nella regione delle menti più brillanti. Lo scandalo sanità lo colpisce di sguincio per responsabilità non sue. Ma, a proposito di responsabilità, e del suo piacere, Vendola scioglie la giunta nominando tecnici e personaggi a lui vicini, estromettendo l’Udc che se la lega al dito. 2010. Elezioni regionali. il Pd decide di sacrificare Vendola in nome di un discutibile accordo con l’Udc il quale, per farla pagare a Vendola, pone il suo veto. Si cerca di tirare in ballo Emiliano il quale, controvoglia, fa la parte del nemico di Nichi, salvo scamparsela grazie alla legge regionale pugliese che impedisce a persone con incarico pubblico di candidarsi per la regione se non ha rassegnato dimissioni da almeno un anno. Vendola non può cambiare la legge regionale, Emiliano non insiste e si smarca. Vendola chiede le primarie. Le esige. Il pd fa orecchie da mercante salvo arrendersi. Chi candida? Il Galoppino per eccellenza. Francesco Boccia. Proprio lui, che cinque anni fa la prese sul muso, non riesce a rivoltarsi al suo padre putativo ed anzi decide di fare harakiri ricandidandosi alle primarie. Domenica. Vendola doppia Boccia. D’Alema abbaia alla luna parlando di complotti. Veltroni e Franceschini non si presentano al direttivo per discutere di quanto accaduto, Bersani è costretto a denti stretti ad appoggiare un uomo che non ha alcuna intenzione di entrare nel Pd ma che vuole difendere il suo operato ed i cinque anni di buon governo, per concludere ciò che ha fatto. L’Udc conferma la sua uscita dalla coalizione, ma prima ancora che possa mercanteggiare con il Pdl, questi ultimi per bocca di Raffaele Fitto candidano  Rocco Palese, capogruppo in Regione con il 100 percento di presenze. Il punto è che non è una personalità carismatica, ma un uomo di Fitto inviso allo stesso Berlusconi. Casini vuole dimostrare la sua forza candidando una delle donne più forti della regione: Adriana Poli Bortone, ex sindaco di Lecce, senatrice di An. Ed è questa la mossa che stordisce la maggioranza. Così Casini vuol dimostrare di avere voce in capitolo, rubando voti al Pdl per dimostrare di essere determinante e lasciare la regione a Vendola. Il Pdl non cade nel tranello, ed impaurito dalla popolarità e del carisma di Nichi nella regione butta nella mischia una persona di basso profilo per non dare appigli a Casini, lasciando a Vendola il ruolo di strafavorito.

Rupert Sciamenna, alter ego cinematografico di Roberto Formigoni.

In soldoni, tutto questo bailamme per dire quello che si sapeva 2 mesi fa: Nichi Vendola sta diventando l’uomo forte della Puglia, amato dalla gente, e la sua rielezione appare quantomeno naturale.

Capitolo Lombardia. Si vota anche nella prima regione d’Italia. Roberto Formigoni è lanciato verso il suo quarto mandato. L’ultimo. Però anzichè parlare di lui vorrei lasciar parlare il gruppo musicale “Elio e le storie tese” per ricordare quello che è successo negli ultimi cinque anni: il sacrificio di un bosco cittadino esistente da 100 anni e donato alla città da una nobildonna, per costruisci il nuovo grattacielo della Regione, in barba al significato simbolico del bosco di Gioia. Vorrei ricordare che il bosco è stato abbattuto un 29 dicembre, con una milano deserta, dopo un presidio che ha visto protagonisti anche Rocco Tanica e Claudio Bisio. Il tutto verrà spiegato nel prossimo post, ma serve solo a capire di che razza è fatta la politica e quanto questa sia lontana dal sentire popolare. Almeno Vendola ha cambiato, anche se per un mezzo minuto, l’inerzia della cosa.

Ecco perchè qualcuno pensa che sia più pratico radere al suolo un bosco considerato inutile. Roba di questo tipo non si è mai vista in Africa, che avrà pure tanti problemi ma di sicuro non quello dei boschi. Vorrei suonare i bonghi come se fossi in Africa, sotto la quercia nana in zona Porta Genova. Sedicimila firme, niente cibo per Rocco Tanica, ma quel bosco l’hanno rasato mentre la gente era via per il ponte. Se ne sono sbattuti il cazzo, ora tirano su un palazzo. Han distrutto il bosco di Gioia questi grandissimi figli di troia.
Autoradio: Delta V – Il mondo visto dallo spazio

Kia Ora

Tempo di vacanze. Un tassinaro poteva essere da meno? Quest’anno ho pensato bene di mollare il taxi in garage e di prendere un aereo destinazione antipodi. Si si. Antipodi. Nuova Zelanda. Uno di quei viaggi che puoi fare o se sei solo ma con tanti soldi da spendere o in compagnia, se questa è disposta a passare più di 20 ore in aereo, e con tanti soldi da spendere. Una volta arrivato non si può certamente limitarsi a vedere una sola città, anche se questa è Auckland. C’è tutto un mondo da vedere. Un paese incontaminato, grande come l’Italia ma con la stessa popolazione della Puglia, quindi 4 milioni circa di persone, sede di numerose specie endemiche, dalla flora e dalla fauna inimitabili. Altro dettaglio da non sottovalutare è l’inversione delle stagioni. Dicembre. Freddo, neve e quel cappotto grosso che non riesco a mettere che mi sembra di essere l’omino michelin qua. Dicembre, maglietta a maniche corte, magari birkenstock con braghe anch’esse corte, zaino, frescura lì. Va bene. Dopo aver visitato l’isola del nord decido di puntare verso l’Isola del Sud. Compro un biglietto aereo Air New Zealand, destinazione Christchurch. Si, il nome è inquietante. Salgo a bordo, metto nella cappelliera il mio zaino quechua con più cinghie che altro, e seduto ovviamente a fianco al finestrino, mi preparo a godere dell’oceano e di una terra verdissima e rigogliosa sotto di me, cercando di non sentire il lievissimo jet-lag (+11 rispetto all’Italia, in soldoni quando da noi è giorno lì è notte e viceversa) che mi porterebbe a collassare su uno degli oblò dei B737-300 della compagnia. No perchè è già successo. Tornavo da Londra, British Airways, abbiocco tremendo, testa appoggiata all’oblò, testata in atterraggio con rumore che si è sentito in tutto l’aereo ed io che mi lamentavo. Una figura da applausi. Beh, non vorrei replicare. Comunque. Si abbassano gli schermi a cristalli liquidi e parte il messaggio dell’equipaggio sulle nozioni minime di sicurezza:

Ad un’attenta analisi mi rendo conto del neorealismo neozelandese: co-pilota e quattro assistenti di volo prestati all’opera..ma un momento..sono nudi! O meglio, body painting! La canzone di sottofondo è accattivante, e loro sono estremamente divertenti e professionali. Dall’austerità del co-pilota alla spigliatezza delle hostess. E’ interessante, si lascia seguire con piacere, ed è sempre meglio delle marionette che indicano l’uscita di sicurezza come: “lì, lì, là”. Riescono a rendere comprensibile anche l’accento neozelandese. L’augurio di un buon volo del co-pilota è una chicca in più, come gli applausi a fine filmato e l’hostess che va via lasciando vedere le sue forme che sfumano.
Mi torna in mente come un flash una volta un cliente che presi in aeroporto. Questo tornò pure lui dagli antipodi e mi raccontò di una nuova campagna pubblicitaria estremamente accattivante di Air New Zealand, dal titolo: “nothing to hide”, perchè le tariffe sono chiare ed includono tutto:

Tutto lo staff di Air NZ, dal personale di pista, ai piloti, alle hostess, è stato dipinto. Inoltre, al secondo 0.10, si vede un uomo brizzolato che spinge un carrello bagagli. Quell’uomo altri non è che il Cheif Executive Officier, CEO, quindi l’amministratore delegato di Air New Zealand Rob Fyfe. Un po’ come se l’amministratore delegato di CAI-Alitalia Rocco Sabelli facesse la stessa cosa in rampa a Fiumicino. Non so perchè ma non lo riterrei molto probabile.

Se c’è una cosa che salta all’occhio è che pur essendo l’unica compagnia al mondo a garantire un servizio Globe-Around (ovvero copre il globo terrestre grazie ai voli: Auckland – Los Angeles – Londra – Los Angeles – Auckland e Auckland – Hong Kong – Londra – Hong Kong – Auckland) e forse l’unico vero legame per il paese nell’Oceano Pacifico con il resto del globo, quindi un’impresa che dalla sua deve avere produttività, professionalità e serietà essendo la bandiera di un Paese, dimostra la spensieratezza e l’autoironia di questi messaggi e del modo di essere di quella terra, come le signore che vedono passare comandante e copilota, guardano davanti e dietro e una dice all’altra ammiccando: “do you love men in uniform?”. Potrei quasi dire che è un atteggiamento da imitare, ma forse non è il caso. E’ un messaggio figlio di un Paese e destinato ad un Paese, non a caso tali filmati sono riservati al mercato domestico, e forse è meglio così, un unicuum da godere.

Ali Khamenei, guida suprema dell'Iran, cerca di far sparire ogni traccia del movimento verde.

-“Da quando è stata instaurata la Repubblica Islamica. non ci sono più prigionieri politici”
-“Professoressa. Mio zio è stato in prigione sotto lo scià, ma il regime islamico l’ha giustiziato. Dite che non ci sono più prigionieri politici, e invece dei tremila detenuti dell’epoca dello scià, sotto il vostro regime sono diventati trecentomila.
Come osate mentirci in questo modo?” (passo tratto da Persepolis di Marjane Satrapi).
Paese che vai, propaganda che trovi. Il movimento dominante cerca, attraverso bugie più o meno velate, di illustrare un mondo che nei fatti non esiste. E tanto più la bugia è grande, tanto più la macchina propagandistica fa rumore. In Iran negli ultimi giorni la situazione sta notevolmente precipitando. Durante la manifestazione delle forze di opposizione guidate da Mir Hossein Moussavi, l’attacco della polizia e dell’organismo paramilitare Basij ha portato a 15 morti, tra cui il nipote di Moussavi, Ali Habibi. Moussavi e Karroubi attraverso internet incitano alla protesta popolare, affermando come sono disposti a morire per la causa. Il commento di Mahmoud Ahmadinejad è stato abbastanza netto: “dovrebbero imparare la lezione dalle esperienze del passato. La nazione iraniana è come un oceano ed essi dovrebbero avere paura del giorno in cui questo grande oceano si muoverà, e non ci sarà ritorno”, mentre in tutto il Paese vi sono rastrellamenti ed arresti, oltre che le prime condanne a morte ai dissidenti perchè colpevoli di aver messo in pericolo la vita della Repubblica Islamica. Ripercorrendo i libri di storia, sembra che sia al momento Ahmandinejad ad avere ragione. “Quando questo grande oceano si muoverà, non ci sarà ritorno”. Ma non è detto che possa riguardare lui. Il governo attuale gode tutt’ora di un fortissimo appoggio, vedi le manifestazioni a suo favore a Teheran ed in altre città del Paese. La polizia, l’esercito e il Basij sono fortemente fedeli al potere, e non esitano a caricare la folla con auto e furgoni blindati o entrare con le motociclette nei cortei per sparare ai manifestanti. Ma forse sarebbe il caso di rileggere un attimo la storia degli ultimi 30 anni di questo Paese, per cercare di interpretare quanto sta accadendo. Nel 1979 vi fu la Rivoluzione, guidata dall’Ayatollah Khomeini, guida spirituale esiliato dallo Scià nel 1963. L’Iran non godeva di grande salute. Lo scià, Mahmoud Reza Palhavi diede il via, negli anni ’70, ad un processo politico che distrusse il tessuto sociale del Paese. Il suo obiettivo era rendere l’Iran la potenza principale del Medio Oriente. Accentuò il carattere repressivo ed autocratico del suo regno, costruendo un potente e modernissimo esercito. Il tentativo di trasformare la società rendendola più moderna gli valse l’opposizione del clero sciita, che lo sostenne nel 1953 nella lotta con il primo ministro Mossadeq. I festeggiamenti per i 2500 anni della monarchia costarono allo Stato 250 milioni di dollari, degli anni 70 ricordiamo, e vi fu una corsa agli armamenti, tranne i nucleari, con l’appoggio degli Usa, alla ricerca di un Paese faro nella regione. Il malcontento della popolazione era evidente, ed è culminato con una serie di proteste nel Paese brutalmente represse dall’allora polizia segreta, il SAVAK, con un totale di 7000 iraniani uccisi. Nel 1975 lo scià dichiarò illegali tutti i partiti politici. Con ogni forma di oppozione cancellata, venne favorita la nascita di blocchi clandestini di resistenza. Resistenza che traeva ispirazione dalla religione, dal nazional-liberismo e dal marxismo. Il Leader fu, per l’appunto, Khomeini. Nel 1978 un articolo della stampa di regime che dileggiava la figura dell’Ayatollah scatenò una serie di proteste che portarono al blocco del Paese. Il 19 agosto 1978 430 persone persero la vita ad Abadan, a causa di un incendio doloso all’interno del cinema “Rex”. La strage venne attribuita allo Scià ed al SAVAK. Si scatenarono così violente manifestazioni il tutto il Paese, violentemente represse, fino alla strage dell’8 settembre 1978 in Piazza Djaleh quando l’esercito sparò sulla folla causando diverse migliaia di morti. Il movimento di protesta divenne così inarrestabile. Khomeini incitava alla rivoluzione attraverso messaggi registrati su audiocassette, mentre lo Scià, nel tentativo di salvare la Monarchia, nominò come primo ministro il democratico Shapur Bakhtiar, che accettò a condizione che il Sovrano lasciasse il paese temporaneamente. Palhavi partì nel 1979 per poi morira al Cairo nel 1980. La popolazione continuò la lotta nonostante la partenza dello Scià. L’obiettivo era abbattere la Monarchia. Bakhtiar indisse nuove elezioni, concesse la libertà di stampa e bloccò le forniture di petrolio ad Israele e Sudafrica. Khomeini non riconobbe il suo governo, e rientrò in Iran il 31 gennaio 1979. Le manifestazioni a favore dell’ayatollah divennero oceaniche, mentre sempre più numerose erano le diserzioni nell’esercito, che non era più disposto a sparare sui propri concittadini e che dichiarò di tirarsi fuori l’11 febbraio 1979. Bahktiar scappò. 

Allora lo Scià non riuscì a rendersi conto delle reali condizioni del suo popolo. Non capì che l’Iran non era una potenza ma un Paese colmo di difficoltà. Oggi Ahmadinejad ha preso il potere con brogli elettorali, e non si accorge che una parte del Paese comincia a sentire lo stesso moto di 31 anni fa. Non è una questione di diritti umani. Allora c’era la SAVAK, oggi ci sono i Basij, ma è la forza dirompente della popolazione a portare al cambiamento. Nonostante le decine di migliaia di morti, lo Scià lasciò il paese grazie all’Oceano. Sentire parlare così Ahmadinejad fa riflettere. Sembra cadere negli errori che portarono alla fuga del buon Reza. Sembra non rendersi conto che la folla non può aver paura del pugno di ferro. La folla è sovversiva quando si collettivizza, ed è quello che succede in questi giorni. Le manifestazioni crescono, internet facilita nell’appoggio mondiale, e se si continuerà su questo tono, la storia lo ha insegnato, un oceano travolgerà tutto. Ma non è detto che sarà il popolo ad essere travolto. Il pensiero, come l’oceano, non lo puoi bloccare, non lo puoi recintare.

il fuoco di un cuore che incendia la mente può fondere il gelo del marmo: bollente! Onoro il braccio che muove il telaio, onoro la forza che muove l’acciaio. Esiste, lo so.
 
Autoradio: CCCP – A ja ljublju SSSR
 

 

verde matematico

Il capo del Cartello di Medellin Pablo Escobar, a metà tra criminale e leggenda

 Ieri, 28 dicembre, è uscita sul sito del Corriere un’intervista di Ettore Mo a John Velasquez, 47 anni, conosciuto come “Popeye”. Costui è detenuto da 17 anni nel carcere di massima sicurezza di Cómbita, in Colombia, sta scontando una pena a 20 anni di galera per una serie di omicidi commessi da lui personalmente o dall’organizzazione della quale è divenuto col tempo il capo. Si capisce che non è un detenuto come gli altri già da dove “alloggia”: vive solo all’interno di una delle venti minuscole celle poste all’ingresso del carcere. Le altre 19 sono vuote. Cosa rende particolare questa persona? E’ stato per anni braccio destro di Pablo Escobar, riconosciuto a livello mondiale come il più grande trafficante di droga della storia, riconosciuto dalla plebe colombiana come un novello “robin-hood” ed ucciso dalla polizia del suo Paese in uno scontro a fuoco nel 1993. Aveva 54 anni.
Al suo funerale parteciparono 20.000 persone.
Non era percepito dalla gente come un criminale, né tantomeno dai suoi sodali.
Colpisce come Velasquez parli di Escobar, e colpisce come l’intervista di Mo ha come obiettivo il ricordo di Pablo, a 16 anni dalla morte. Velasquez sta al gioco e ricorda quello che fu Pablo Escobar. Ricorda la sua forza, l’essere un leone ma allo stesso tempo un uomo del popolo, fiero delle sue origini campesine. Un leader forte e buono. Non uccideva a casaccio, ma se comandava la morte di qualcuno, era solo per la Causa, ovvero una riforma giusta della Costituzione e la fine dell’estradizione dei colombiani verso gli USA. Causa ancora viva nell’organizzazione, orfana del suo leader già da molti anni. Popeye ricorda come gli ideali del Cartello di Medellin resero un gruppo formato da 2000 persone tanto forte da travolgere lo Stato Colombiano costringendolo ad una nuova Costituzione nel 1991, dopo 7 anni di battaglie.
Popeye si dimostra preparato anche per quanto riguarda la storia del banditismo italiano. Si definisce fan di Salvatore Giuliano, anche se non capisce il can can legato alla sua persona, ritenendosi molto più forte ed efficiente di lui. Giuliano uccise tre carabinieri, mentre il Cartello di Medellin ne fece fuori 540, ne ferì 800 e portò a 1000 diserzioni.

A leggere quest’intervista mi è venuto in mente quando, da bambino, carpivo come un’eco lontana le gesta di Escobar. Ricordo come fosse l’idolo dei ragazzi più grandi di me e ricordo anche l’onda di emozione che colpì le persone che lo idolatravano quando venne ucciso. Avevo 11 anni, quindi posso ricordare. Come poter cercare di capire un soggetto così esaltato dai suoi e così disprezzato dagli avversari? Nella sua Medellin costruì campi sportivi, aiutò i poveri, sponsorizzò qualsiasi attività. Il governo colombiano lo protesse quando si costituì per paura di essere arrestato ed estradato in USA concedendogli 5 anni di arresti domiciliari presso “La Catedral”, una villa ricchissima costruita da Escobar su permesso del governo colombiano “per essersi costituito”. Gli Stati Uniti lo volevano morto. Avevano paura di un uomo che controllava l’80 percento della cocaina mondiale, che non contava i soldi, ma li pesava. La sua gente cercò sempre di proteggerlo. Anche la sua morte è un mistero. Sembra sia stato abbattuto mentre cercava di scappare sui tetti di un quartiere borghese di Medellin, anche se vi sono dubbi sul fatto che sia realmente morto.

Cosa rende un mafioso amato dalla sua gente? Cosa rende il più grande narcotrafficante della storia un idolo per milioni di suoi paesani? Può la filantropia nei confronti degli strati sociali più bassi far da contraltare al mare ed ai problemi creati dalla propria attività? Può uno stadio valere la vita di milioni di persone devastate dalla cocaina? E’ in questa linea d’ombra che un bandito diventa un eroe. Colui che può, vicino alla gente, prodigo d’aiuto e sostituto di uno Stato inesistente. Ed il bandito diventa inesistente nei confronti di altre persone a cui non è vicino, che le strangola, le umilia, le rende schiave, e da questa schiavitù nasce il suo benessere, ed un’illusione per gli strati più bassi. Si innesta così un circolo vizioso, nel quale ad un certo momento il bandito non è più un qualcosa di reale, ma etereo. La sua cattura, o la sua morte, lo trasforma in idolo. Assurge al ruolo di Dio per coloro che vedevano in lui il bene. Si trasforma in persecuzione per chi lo ha annientato, perchè egli vivrà anche nei nuovi criminali che, ispirandosi a lui, saranno ancora più forti. Ed il bandito? Che si chiami Giuliano, o Escobar, ha vinto comunque. Le sue gesta lo renderanno immortale ed a differenza del mafioso resterà sempre il dubbio se è stato un nemico dello stato o la speranza tra i poveri.

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