Negli ultimi giorni si fa tanto parlare di clima d’odio, di ritorno agli anni ’70, di violenza politica e di tante altre cose. Ma cosa è stato davvero il clima d’odio degli anni ’70, con il quale i capoccioni si stanno riempiendo la bocca negli ultimi giorni? L’ultimo film di Renato De Maria, “La Prima Linea”, sembra venirci incontro quasi per caso. Viene raccontata la storia di Prima Linea attraverso le parole di Sergio Segio, uno dei fondatori del movimento e tra gli esecutori materiali dell’omicidio Alessandrini. Non parliamo di cose piccole. Prima Linea era il primo gruppo armato di sinistra italiano dopo le Brigate Rosse. Segio, interpretato da Riccardo Scamarcio, ripercorre tutta la storia di Prima Linea dalla propria cella nel 1989, anno di caduta del Muro di Berlino e della fine del sogno comunista. Racconta del suo amore con Susanna Ronconi, dell’evoluzione del movimento, dal nome “Prima Linea” per via del fatto che i suoi componenti, di Lotta Continua, organizzavano il servizio d’ordine, e quindi erano, per l’appunto, in “prima linea”, fino all’evasione della Ronconi e di tre altre compagne dal carcere femminile di Rovigo. All’inizio il gruppo si identificava come un’aggregazione di nuclei diversi che si muoveva con simboli diversi, nato in risposta alle Stragi di Stato armate da mano fascista. Qui scattano le immagini di Piazza Fontana, i rumori di Piazza della Loggia e la testimonianza dell’Italicus. Segio racconta che fu quella la molla che lo spinse a partecipare. Per dare una risposta popolare alla mano fascista che spargeva terrore con l’obiettivo, chissà, di un colpo di stato. Da principio il movimento godeva di simpatie trasversali presso tutte le principali organizzazioni, salvo perdersi in una spirale di violenza conclusasi con omicidi mirati e non, fino all’omicidio del giudice Emilio Alessandrini, colpevole di aver dato il via ad indagini e schedature sui movimenti di autonomia operaia a Milano. Il delirio ormai era totale. La necessità della violenza aveva preso di mira l’unico uomo, assieme a Gerardo D’Ambrosio e Luigi Fiasconaro, che diedero nome e cognome a chi organizzò l’attentato di Piazza Fontana, ovvero Franco Freda e Giovanni Ventura, esponenti della destra radicale. L’omicidio di William Waccher, reo di aver collaborato con la giustizia fu il primo passo per la disgregazione del movimento. Continue collaborazioni di ex-militanti con la giustizia hanno disperso gli ultimi, fino alla fine, con l’arresto della Ronconi e di Segio.
Manca qualsiasi riferimento a Marco Donat-Cattin, figlio di Carlo Donat-Cattin, leader della sinistra, leader assoluto di Prima Linea ed autore dell’omicidio Alessandrini con Segio. Probabilmente Ivan Cotroneo, lo sceneggiatore, avrebbe dovuto spiegare anche la presenza di Marco, il primo esponente della linea violenta del movimento, che ha portato alla disrgregazione dell’ideologia. Solo per questo il film risulta irrimediabilmente monco. Ma solo da un punto di vista prettamente storico, mentre il suo significato resta quasi inalterato.
Perchè è nato il movimento? Per rispondere allo stato ed ai fascisti per difendere i salariati, gli operai, la povera gente. E’ finito col difendere loro stessi, fantasmi di un movimento ormai lontano dalla gente, ucciso dalle critiche, dalla freddezza e dallla distanza di chi doveva essere difeso. Le morti innocenti. Persone che avevano fatto il bene del Paese, che si erano sforzate di cercare la Verità, vedi Alessandrini, sono state uccise perchè deviate dall’ideologia. Quale ideologia?
E non solo Alessandrini. Calabresi, Tobagi, Rossa, Moro, tutti gli altri. Uccisi da un odio violento e vigliacco, come l’agguato a suon di fumogeni e colpi di pistola con cui fu eliminato, appunto, l’Alessandrini. Magari manca Donat-Cattin, e quindi la spiegazione di quello che fu la politica italiana dell’epoca ed i suoi legami con le fazioni più radicali. Forse era addirittura voluto, per non rendere troppo contorta una storia difficile.
Sentire la storia dei militanti di estrema sinistra, nati per difendere il Paese e diventati, da terroristi, una minaccia per la società che volevano difendere e per loro stessi, è stato violento quasi come immaginare la vita di coloro che hanno perso padri, mariti, figli, per via di una visione distorta del reale.
E se ex-terroristi e congiunti delle vittime si trovassero ad un tavolo, magari ad una cena? Davanti ad un buon piatto ed un bicchiere di vino i primi potrebbero spiegare cosa portò alla disgregazione di quanto credevano, mentre i secondi potranno dire loro cosa è significata, in termini di dolore, tale disgregazione.
Autoradio: Valentina Giovagnini – Il passo silenzioso della neve






