Tempo di vacanze. Un tassinaro poteva essere da meno? Quest’anno ho pensato bene di mollare il taxi in garage e di prendere un aereo destinazione antipodi. Si si. Antipodi. Nuova Zelanda. Uno di quei viaggi che puoi fare o se sei solo ma con tanti soldi da spendere o in compagnia, se questa è disposta a passare più di 20 ore in aereo, e con tanti soldi da spendere. Una volta arrivato non si può certamente limitarsi a vedere una sola città, anche se questa è Auckland. C’è tutto un mondo da vedere. Un paese incontaminato, grande come l’Italia ma con la stessa popolazione della Puglia, quindi 4 milioni circa di persone, sede di numerose specie endemiche, dalla flora e dalla fauna inimitabili. Altro dettaglio da non sottovalutare è l’inversione delle stagioni. Dicembre. Freddo, neve e quel cappotto grosso che non riesco a mettere che mi sembra di essere l’omino michelin qua. Dicembre, maglietta a maniche corte, magari birkenstock con braghe anch’esse corte, zaino, frescura lì. Va bene. Dopo aver visitato l’isola del nord decido di puntare verso l’Isola del Sud. Compro un biglietto aereo Air New Zealand, destinazione Christchurch. Si, il nome è inquietante. Salgo a bordo, metto nella cappelliera il mio zaino quechua con più cinghie che altro, e seduto ovviamente a fianco al finestrino, mi preparo a godere dell’oceano e di una terra verdissima e rigogliosa sotto di me, cercando di non sentire il lievissimo jet-lag (+11 rispetto all’Italia, in soldoni quando da noi è giorno lì è notte e viceversa) che mi porterebbe a collassare su uno degli oblò dei B737-300 della compagnia. No perchè è già successo. Tornavo da Londra, British Airways, abbiocco tremendo, testa appoggiata all’oblò, testata in atterraggio con rumore che si è sentito in tutto l’aereo ed io che mi lamentavo. Una figura da applausi. Beh, non vorrei replicare. Comunque. Si abbassano gli schermi a cristalli liquidi e parte il messaggio dell’equipaggio sulle nozioni minime di sicurezza:
Ad un’attenta analisi mi rendo conto del neorealismo neozelandese: co-pilota e quattro assistenti di volo prestati all’opera..ma un momento..sono nudi! O meglio, body painting! La canzone di sottofondo è accattivante, e loro sono estremamente divertenti e professionali. Dall’austerità del co-pilota alla spigliatezza delle hostess. E’ interessante, si lascia seguire con piacere, ed è sempre meglio delle marionette che indicano l’uscita di sicurezza come: “lì, lì, là”. Riescono a rendere comprensibile anche l’accento neozelandese. L’augurio di un buon volo del co-pilota è una chicca in più, come gli applausi a fine filmato e l’hostess che va via lasciando vedere le sue forme che sfumano.
Mi torna in mente come un flash una volta un cliente che presi in aeroporto. Questo tornò pure lui dagli antipodi e mi raccontò di una nuova campagna pubblicitaria estremamente accattivante di Air New Zealand, dal titolo: “nothing to hide”, perchè le tariffe sono chiare ed includono tutto:
Tutto lo staff di Air NZ, dal personale di pista, ai piloti, alle hostess, è stato dipinto. Inoltre, al secondo 0.10, si vede un uomo brizzolato che spinge un carrello bagagli. Quell’uomo altri non è che il Cheif Executive Officier, CEO, quindi l’amministratore delegato di Air New Zealand Rob Fyfe. Un po’ come se l’amministratore delegato di CAI-Alitalia Rocco Sabelli facesse la stessa cosa in rampa a Fiumicino. Non so perchè ma non lo riterrei molto probabile.
Se c’è una cosa che salta all’occhio è che pur essendo l’unica compagnia al mondo a garantire un servizio Globe-Around (ovvero copre il globo terrestre grazie ai voli: Auckland – Los Angeles – Londra – Los Angeles – Auckland e Auckland – Hong Kong – Londra – Hong Kong – Auckland) e forse l’unico vero legame per il paese nell’Oceano Pacifico con il resto del globo, quindi un’impresa che dalla sua deve avere produttività, professionalità e serietà essendo la bandiera di un Paese, dimostra la spensieratezza e l’autoironia di questi messaggi e del modo di essere di quella terra, come le signore che vedono passare comandante e copilota, guardano davanti e dietro e una dice all’altra ammiccando: “do you love men in uniform?”. Potrei quasi dire che è un atteggiamento da imitare, ma forse non è il caso. E’ un messaggio figlio di un Paese e destinato ad un Paese, non a caso tali filmati sono riservati al mercato domestico, e forse è meglio così, un unicuum da godere.