Paese che vai, propaganda che trovi. Il movimento dominante cerca, attraverso bugie più o meno velate, di illustrare un mondo che nei fatti non esiste. E tanto più la bugia è grande, tanto più la macchina propagandistica fa rumore. In Iran negli ultimi giorni la situazione sta notevolmente precipitando. Durante la manifestazione delle forze di opposizione guidate da Mir Hossein Moussavi, l’attacco della polizia e dell’organismo paramilitare Basij ha portato a 15 morti, tra cui il nipote di Moussavi, Ali Habibi. Moussavi e Karroubi attraverso internet incitano alla protesta popolare, affermando come sono disposti a morire per la causa. Il commento di Mahmoud Ahmadinejad è stato abbastanza netto: “dovrebbero imparare la lezione dalle esperienze del passato. La nazione iraniana è come un oceano ed essi dovrebbero avere paura del giorno in cui questo grande oceano si muoverà, e non ci sarà ritorno”, mentre in tutto il Paese vi sono rastrellamenti ed arresti, oltre che le prime condanne a morte ai dissidenti perchè colpevoli di aver messo in pericolo la vita della Repubblica Islamica. Ripercorrendo i libri di storia, sembra che sia al momento Ahmandinejad ad avere ragione. ”Quando questo grande oceano si muoverà, non ci sarà ritorno”. Ma non è detto che possa riguardare lui. Il governo attuale gode tutt’ora di un fortissimo appoggio, vedi le manifestazioni a suo favore a Teheran ed in altre città del Paese. La polizia, l’esercito e il Basij sono fortemente fedeli al potere, e non esitano a caricare la folla con auto e furgoni blindati o entrare con le motociclette nei cortei per sparare ai manifestanti. Ma forse sarebbe il caso di rileggere un attimo la storia degli ultimi 30 anni di questo Paese, per cercare di interpretare quanto sta accadendo. Nel 1979 vi fu la Rivoluzione, guidata dall’Ayatollah Khomeini, guida spirituale esiliato dallo Scià nel 1963. L’Iran non godeva di grande salute. Lo scià, Mahmoud Reza Palhavi diede il via, negli anni ’70, ad un processo politico che distrusse il tessuto sociale del Paese. Il suo obiettivo era rendere l’Iran la potenza principale del Medio Oriente. Accentuò il carattere repressivo ed autocratico del suo regno, costruendo un potente e modernissimo esercito. Il tentativo di trasformare la società rendendola più moderna gli valse l’opposizione del clero sciita, che lo sostenne nel 1953 nella lotta con il primo ministro Mossadeq. I festeggiamenti per i 2500 anni della monarchia costarono allo Stato 250 milioni di dollari, degli anni 70 ricordiamo, e vi fu una corsa agli armamenti, tranne i nucleari, con l’appoggio degli Usa, alla ricerca di un Paese faro nella regione. Il malcontento della popolazione era evidente, ed è culminato con una serie di proteste nel Paese brutalmente represse dall’allora polizia segreta, il SAVAK, con un totale di 7000 iraniani uccisi. Nel 1975 lo scià dichiarò illegali tutti i partiti politici. Con ogni forma di oppozione cancellata, venne favorita la nascita di blocchi clandestini di resistenza. Resistenza che traeva ispirazione dalla religione, dal nazional-liberismo e dal marxismo. Il Leader fu, per l’appunto, Khomeini. Nel 1978 un articolo della stampa di regime che dileggiava la figura dell’Ayatollah scatenò una serie di proteste che portarono al blocco del Paese. Il 19 agosto 1978 430 persone persero la vita ad Abadan, a causa di un incendio doloso all’interno del cinema “Rex”. La strage venne attribuita allo Scià ed al SAVAK. Si scatenarono così violente manifestazioni il tutto il Paese, violentemente represse, fino alla strage dell’8 settembre 1978 in Piazza Djaleh quando l’esercito sparò sulla folla causando diverse migliaia di morti. Il movimento di protesta divenne così inarrestabile. Khomeini incitava alla rivoluzione attraverso messaggi registrati su audiocassette, mentre lo Scià, nel tentativo di salvare la Monarchia, nominò come primo ministro il democratico Shapur Bakhtiar, che accettò a condizione che il Sovrano lasciasse il paese temporaneamente. Palhavi partì nel 1979 per poi morira al Cairo nel 1980. La popolazione continuò la lotta nonostante la partenza dello Scià. L’obiettivo era abbattere la Monarchia. Bakhtiar indisse nuove elezioni, concesse la libertà di stampa e bloccò le forniture di petrolio ad Israele e Sudafrica. Khomeini non riconobbe il suo governo, e rientrò in Iran il 31 gennaio 1979. Le manifestazioni a favore dell’ayatollah divennero oceaniche, mentre sempre più numerose erano le diserzioni nell’esercito, che non era più disposto a sparare sui propri concittadini e che dichiarò di tirarsi fuori l’11 febbraio 1979. Bahktiar scappò.
Allora lo Scià non riuscì a rendersi conto delle reali condizioni del suo popolo. Non capì che l’Iran non era una potenza ma un Paese colmo di difficoltà. Oggi Ahmadinejad ha preso il potere con brogli elettorali, e non si accorge che una parte del Paese comincia a sentire lo stesso moto di 31 anni fa. Non è una questione di diritti umani. Allora c’era la SAVAK, oggi ci sono i Basij, ma è la forza dirompente della popolazione a portare al cambiamento. Nonostante le decine di migliaia di morti, lo Scià lasciò il paese grazie all’Oceano. Sentire parlare così Ahmadinejad fa riflettere. Sembra cadere negli errori che portarono alla fuga del buon Reza. Sembra non rendersi conto che la folla non può aver paura del pugno di ferro. La folla è sovversiva quando si collettivizza, ed è quello che succede in questi giorni. Le manifestazioni crescono, internet facilita nell’appoggio mondiale, e se si continuerà su questo tono, la storia lo ha insegnato, un oceano travolgerà tutto. Ma non è detto che sarà il popolo ad essere travolto. Il pensiero, come l’oceano, non lo puoi bloccare, non lo puoi recintare.
il fuoco di un cuore che incendia la mente può fondere il gelo del marmo: bollente! Onoro il braccio che muove il telaio, onoro la forza che muove l’acciaio. Esiste, lo so.
Autoradio: CCCP – A ja ljublju SSSR