Ieri, 28 dicembre, è uscita sul sito del Corriere un’intervista di Ettore Mo a John Velasquez, 47 anni, conosciuto come “Popeye”. Costui è detenuto da 17 anni nel carcere di massima sicurezza di Cómbita, in Colombia, sta scontando una pena a 20 anni di galera per una serie di omicidi commessi da lui personalmente o dall’organizzazione della quale è divenuto col tempo il capo. Si capisce che non è un detenuto come gli altri già da dove “alloggia”: vive solo all’interno di una delle venti minuscole celle poste all’ingresso del carcere. Le altre 19 sono vuote. Cosa rende particolare questa persona? E’ stato per anni braccio destro di Pablo Escobar, riconosciuto a livello mondiale come il più grande trafficante di droga della storia, riconosciuto dalla plebe colombiana come un novello “robin-hood” ed ucciso dalla polizia del suo Paese in uno scontro a fuoco nel 1993. Aveva 54 anni.
Al suo funerale parteciparono 20.000 persone.
Non era percepito dalla gente come un criminale, né tantomeno dai suoi sodali.
Colpisce come Velasquez parli di Escobar, e colpisce come l’intervista di Mo ha come obiettivo il ricordo di Pablo, a 16 anni dalla morte. Velasquez sta al gioco e ricorda quello che fu Pablo Escobar. Ricorda la sua forza, l’essere un leone ma allo stesso tempo un uomo del popolo, fiero delle sue origini campesine. Un leader forte e buono. Non uccideva a casaccio, ma se comandava la morte di qualcuno, era solo per la Causa, ovvero una riforma giusta della Costituzione e la fine dell’estradizione dei colombiani verso gli USA. Causa ancora viva nell’organizzazione, orfana del suo leader già da molti anni. Popeye ricorda come gli ideali del Cartello di Medellin resero un gruppo formato da 2000 persone tanto forte da travolgere lo Stato Colombiano costringendolo ad una nuova Costituzione nel 1991, dopo 7 anni di battaglie.
Popeye si dimostra preparato anche per quanto riguarda la storia del banditismo italiano. Si definisce fan di Salvatore Giuliano, anche se non capisce il can can legato alla sua persona, ritenendosi molto più forte ed efficiente di lui. Giuliano uccise tre carabinieri, mentre il Cartello di Medellin ne fece fuori 540, ne ferì 800 e portò a 1000 diserzioni.
A leggere quest’intervista mi è venuto in mente quando, da bambino, carpivo come un’eco lontana le gesta di Escobar. Ricordo come fosse l’idolo dei ragazzi più grandi di me e ricordo anche l’onda di emozione che colpì le persone che lo idolatravano quando venne ucciso. Avevo 11 anni, quindi posso ricordare. Come poter cercare di capire un soggetto così esaltato dai suoi e così disprezzato dagli avversari? Nella sua Medellin costruì campi sportivi, aiutò i poveri, sponsorizzò qualsiasi attività. Il governo colombiano lo protesse quando si costituì per paura di essere arrestato ed estradato in USA concedendogli 5 anni di arresti domiciliari presso “La Catedral”, una villa ricchissima costruita da Escobar su permesso del governo colombiano “per essersi costituito”. Gli Stati Uniti lo volevano morto. Avevano paura di un uomo che controllava l’80 percento della cocaina mondiale, che non contava i soldi, ma li pesava. La sua gente cercò sempre di proteggerlo. Anche la sua morte è un mistero. Sembra sia stato abbattuto mentre cercava di scappare sui tetti di un quartiere borghese di Medellin, anche se vi sono dubbi sul fatto che sia realmente morto.
Cosa rende un mafioso amato dalla sua gente? Cosa rende il più grande narcotrafficante della storia un idolo per milioni di suoi paesani? Può la filantropia nei confronti degli strati sociali più bassi far da contraltare al mare ed ai problemi creati dalla propria attività? Può uno stadio valere la vita di milioni di persone devastate dalla cocaina? E’ in questa linea d’ombra che un bandito diventa un eroe. Colui che può, vicino alla gente, prodigo d’aiuto e sostituto di uno Stato inesistente. Ed il bandito diventa inesistente nei confronti di altre persone a cui non è vicino, che le strangola, le umilia, le rende schiave, e da questa schiavitù nasce il suo benessere, ed un’illusione per gli strati più bassi. Si innesta così un circolo vizioso, nel quale ad un certo momento il bandito non è più un qualcosa di reale, ma etereo. La sua cattura, o la sua morte, lo trasforma in idolo. Assurge al ruolo di Dio per coloro che vedevano in lui il bene. Si trasforma in persecuzione per chi lo ha annientato, perchè egli vivrà anche nei nuovi criminali che, ispirandosi a lui, saranno ancora più forti. Ed il bandito? Che si chiami Giuliano, o Escobar, ha vinto comunque. Le sue gesta lo renderanno immortale ed a differenza del mafioso resterà sempre il dubbio se è stato un nemico dello stato o la speranza tra i poveri.
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